Don’t look at the demon: critica al film

DON’T LOOK AT THE DEMON

 

 

Critica al film

 

 

UN HORROR FILM INTERESSANTE

CHE S’ADDENTRA NEL POCO NOTO ESOTERISMO

DEL BUDDHISMO THAILANDESE

 

 

DA STASERA AL CINEMA

 

 

 

di Elisa Pedini

 

 

Don’t look at the demon per la regia di Brando Lee, prodotto dalla Barnstorm dello stesso Lee e Danny Saphire in collaborazione con Bliss Picture e distribuito da 102 Distribution, con Fiona Dourif e Harris Dickinson, è un film di genere horror piuttosto particolare.

Infatti, è riuscito a convincere anche me, che vengo annoiata molto facilmente da questo tipo di film, che trovo spesso più ridicoli che terrificanti.

In particolare, Don’t look at the demon ha un pregio sopra tutti, quello di riferirsi a un ambito esoterico poco comune e poco noto: quello della religione Buddhista.

Esattamente, il Buddhismo thailandese.

Qualsiasi religione ha una componente essoterica, ovvero quella “pubblica”, che viene insegnata a tutti i credenti e divulgata e una componente esoterica, segreta e appannaggio esclusivo dei rappresentanti religiosi con diversi gradi di penetrazione di tale lato misterico. Più lo si penetra, più il religioso si avvicina alla mente dell’Essere Supremo di quella determinata religione acquisendo conoscenze e capacità.

Inoltre, ogni religione prevede l’esistenza di un Bene e di un Male.

Piuttosto logico visto che l’intero Universo fonda sull’equilibrio tra materia e antimateria.

Ma, senza scomodare la Fisica nucleare si può spiegare in modo molto semplicistico ed elementare: diciamo “giorno”, solo perché esiste “notte”. Altrimenti, non avrebbe senso distinguerli.

Tutto ciò detto, trovo molto interessante che per una volta non vengano tirati in ballo i soliti preti esorcisti, ormai triti e ritriti.

Altresì, ho trovato molto apprezzabile la compattezza e la coerenza tanto degli eventi, quanto comportamentale.

Francamente, sono caratteristiche che molto difficilmente si trovano nel genere horror, dove, di solito, la trama è insussistente, o contraddittoria, o proprio senza capo né coda.

In più, la regia impiega molto bene luce e colori caldi per un verso e semioscurità e colori freddi per l’altro. Molto sapientemente, dopo la scena clou dello scantinato, l’uso di luce forte ma con colori freddi.

Decisamente, un buon ingaggio psicologico dello spettatore.

In verità, ho trovato solo un paio di punti che mi hanno lasciata perplessa, ma rientriamo nella parte valoriale della critica.

A tal riguardo, vado ad analizzarvi la trama nel dettaglio.

Jules, è dotata di poteri paranormali, una sorta di medium anche se psicologicamente molto fragile.

Infatti, fa la “giornalista” investigativa del paranormale.

Invero, fa parte di una troupe, gli Skeleton Crew, che, appunto, fa trasmissioni sul paranormale.

In tal senso, anche il modo in cui Jules vive il suo dono è molto superficiale, “televisivo” e non se ne rende ben conto, neppure di cosa comporti.

Sin dalla prima scena, dove la troupe riprende un monaco che sta liberando una fanciulla da un maleficio tatuandole un’immagine sulla schiena, capiamo che Jules non sia esattamente preparata a eventi paranormali “veri”.

Quindi, la troupe si sposta a Pahang, in Malesia, per rispondere alla chiamata d’aiuto di una coppia: Martha e Ian Benchley.

Quando giungono all’abitazione, Jules è scettica perché non sente nulla e la casa è troppo nuova.

In verità, a incidere in campo esoterico sono anche il terreno su cui è costruita una casa e chi ci ha vissuto in precedenza.

Putroppo, Jules lo imparerà a sue spese.

Martha ha strane visioni e dipinge o disegna sempre lo stesso uomo.

Tuttavia, Jules è sempre scettica e la troupe sta per andarsene, quando scendono nel seminterrato.

Qui, il film inizia sul serio e la situazione si complica.

Ma, altresì, ben ci risalta come, la protagonista, già psicologicamnete disagiata, non sia esattamente in grado di gestire le connessioni che è capace di stabilire.

A questo punto, la prima scena che mi ha lasciata perplessa è quella della doccia della giovane guida locale: Annie.

Ora, lo scopo di tale scena è mostrare un dettaglio molto importante, sia per quanto già avvenuto, che per quanto avverrà.

Ma, siamo sicuri che fosse necessario il nudo? Cui prodest?

Preciso, non è puritanesimo, ma rispetto.

Mi spiego, il dettaglio che serve è sulle spalle, bastava inquadrarlo con un semplice cambio di maglia.

Certo, l’attrice è bella e ha un gran bel sedere, ma queste scene inutili che non danno alcun valore aggiunto, mi hanno un po’ stancato.

Comunque, magistrale è, invece, la scena del bar.

Infatti, Jules, per distaccarsi un attimo dalla situazione, se ne va ed entra in un locale.

Da fuori, è una roba diroccata, ma dentro è bellissimo, accogliente.

Da fuori, nuvoloso e toni freddi, a dentro: luce calda, arredo in legno. Lo spettatore si sente accolto, al sicuro.

Scene che valgono l’intero film, davvero registicamente magistrali. Oltre, a reggere il film, perché è proprio qui che, tanto la protagonista quanto lo spettatore acquisiscono informazioni che fanno comprendere molte cose.

Da questo momento, la situazione degenera fino al climax finale.

Inoltre, si comprenderà come la troupe non sia capitata lì per caso, ma per un occulto legame che, in verità, connette il passato di Jules all’entità malefica.

Don’t look at the demon è un film compatto e coerente a tal punto, che la seconda cosa che m’ha lasciata perplessa è il riferimento aperto e diretto dell’entità all’inferno, inesistente nel Buddhismo.

Tuttavia, stando alla forte coesione che mostra il film sia a livello di regia che di sceneggiatura, ho intepretato tale riferimento legato non all’entità, ma alla religione di Jules, americana, dunque si suppone, cattolica.

Qui, concedetemi d’indulgere in qualche spiegazione in più, anche per consentirvi una più profonda comprensione di questo film, nonché il più pieno apprezzamento della sua coerenza.

Come detto in incipit, la scelta di portare sul grande schermo la componente esoterica d’una religione che non fosse quella cristiana cattolica, è di per sé, a mio avviso, molto interessante.

In particolare, Don’t look at the demon fonda su una leggenda popolare legata al Buddhismo thailandese.

Esattamente, al Kuman Thong.

A tal riguardo, molto coerente è il riferimento, a un certo punto del film, ai talismani della fortuna, perché, oggi, il Kuman Thong, di fatto, è questo.

Letteralmente significa “ragazzo/bambino d’oro” e sono statuette di ragazzi o anche di neonati, che non contengono nessun cadavere. Possono essere in oro o ricoperte d’oro, ma non necessariamente. Rappresentano proprio fortuna e prosperità per il possessore, nonché protezione del nucleo domestico. Una sorta di dei Mani, per capirci.

Ovviamente, l’oro è la prosperità; il neonato è ciò che nasce, la vita, quindi, la fortuna.

Dunque, se andate in Thailandia e vedete un Kuman Thong non fuggite a gambe levate pensando che il malcapitato possessore sia uno psicopatico serial killer!

Cosa che, invece, è, o meglio, era, l’uomo divenuto lo spirito malvagio del film.

Allora, vi chiederete dove sta l’horror in tutta questa storia?

Semplice, ho scritto “oggi”. Don’t look at the demon si rifa a un’antichissima leggenda popolare thailandese, che si perde nella notte dei tempi, che lega la pratica del Kuman Thong a riti necromantici e di magia nera.

Secondo tale leggenda, gli stregoni estraevano chirurgicamente i feti morti dagli uteri delle puerpere. Qui, ci sono due versioni: li abbrustolivano e li coprivano d’oro, o li portavano nei cimiteri ove tenevano riti di risveglio e consacrazione dei feti.

Insomma, lo scopo di tutto era il potere e la protezione assoluta del padrone.

Adesso, va rammentato che in certe culture lo “stregone” era anche il medico, quando non il capo dell’intera comunità. Tenere un feto morto in pancia, non mi par proprio salutare, a prescindere dal secolo di riferimento. Quindi, molto probabilmente, erano davvero rudimentali pratiche mediche. Poi, superstizione e leggende hanno fatto il resto.

Certo, sono esistiti veri e propri psicopatici, come l’entità di Don’t look at the demon, che hanno seriamente fatto fuori donne incinte per prendere i feti; ma hanno ammazzato tutti. Non erano feti morti. Da cui, il divieto di fare certe pratiche o riti che dir si voglia.

Pertanto, illegali sono i riti deviati e non le statuette di per sé.

Inoltre, estremamente coerente è il comportamento dell’entità.

Infatti, essa non reagisce minimamente a crocefissi, preghiere e pentacoli perché non appartengono alla sua cultura.

Al contrario, reagisce innanzi a simboli e preghiere a lui familiari.

Altrettanto incredibile è come, sempre molto coerentemente, risalti che il legame tra il passato di Jules e l’entità non dimori né nelle sue capacità, né nei sortilegi, o nelle credenze; ma in uno sciocco quanto perverso rito evocativo fatto da due bambine parimenti sciocche.

In conclusione, Don’t look at the demon risulta un film compatto, solido e molto apprezzabile anche da chi, come me, è molto scettica e pesantemente critica verso il genere horror.

 

 

 

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