“LA VIDEOTECA” – Rubrica di film selezionati da noi: «LETTERE DA BERLINO»

«LA VIDEOTECA»

ON DVD: «LETTERE DA BERLINO»

 

 

 

di Elisa Pedini

 

 

“LETTERE DA BERLINO”, inaugura una nuova rubrica su “Kainós Magazine®”.

Il cinema è cultura ed è importante avere una buona videoteca in casa. Per questa ragione, andremo a proporvi dei film che, secondo noi, hanno valore e spessore, sia da un punto di vista di prodotto cinematografico, che anche e soprattutto, per la tematica trattata.

“Lettere da Berlino” è un capolavoro di regia e interpretazione, oltre a narrare una storia vera, che si riallaccia a una tematica testè trattata nel nostro magazine: il regime nazista.

 

Uscita film: 13 ottobre 2016  

Regia: Vincent Pérez, attore e regista svizzero  

Tratto da: “Ognuno muore solo” romanzo di Hans Fallada  

Fonti storiche: un dossier della Gestapo su una coppia di coniugi come tanti, due operai, Otto ed Elise Hampel, giustiziati nel 1942 per aver diffuso materiale anti-nazista.  

Cast: Emma Thompson nel ruolo di Anna Quangel, Brendan Gleeson in quello di Otto Quangel e Daniel Brühl nella parte dell’ispettore Escherich.  

Fotografia: affidata al maestro Christophe Beaucarne (Tournée, Coco avant Chanel-l’amore prima del mito, Dio esiste e vive a Bruxelles)

 

«LETTERE DA BERLINO»: recensione al film

Una regia, magistrale e sapiente, trasla in linguaggio cinematografico, la vita di questa famiglia berlinese, i Quangel e tutto quello che consegue dalle loro azioni.

“Lettere da Berlino” è un film profondo, coinvolgente, intelligente, da gustare sin dalla prima inquadratura.

La trama, purtroppo, è storia vera e sappiamo già come va a finire. Inutile illudersi che dentro un regime ci sia spazio per le idee, per l’individuo, per il dolore.

Tuttavia, tanto per il libro quanto per il film, è come il materiale viene trasmesso al pubblico che conta.

Qui, la regia, gioca un ruolo fondamentale. Si prende sulle spalle la pesante responsabilità di farsi muta relatrice d’un nazismo, che non è quello dei lager e delle stragi di massa, ma è quello dello stillicidio quotidiano, giocato tra terrore, delatori, umanità e vita di tutti i giorni della gente comune.

Infatti, caratteristica primaria e geniale di “Lettere da Berlino”, è che la telecamera è sempre l’occhio dello spettatore, sempre. Le emozioni inconsce, che si provano, guardando questo film, sono, esattamente, le stesse, che si provano di fronte alla Storia: dolore, rabbia e soprattutto, impotenza. Quello che sta davanti ai nostri occhi è già accaduto, in un passato, che non è remoto, ma, che, è, comunque, “stato” e come tale, è immutabile. La telecamera è l’occhio impotente di chi guarda.

Sfruttando tutta la gamma delle inquadrature, il regista relega lo spettatore, lì, sulla sua poltroncina. Essere umano e testimone, muto, della stessa violenza umana, senza scampo e senza diritto di replica.

Persino nei dialoghi tra i personaggi, il punto di vista è sempre quello dello spettatore.

Un occhio che indaga, che scende nello sguardo dei protagonisti e da lì nell’anima, disperata e disperante, di chi ha perso il bene più caro; ma, proprio in questa perdita, ritrova la sua dignità, la sua identità d’individuo, la sua libertà.

Tuttavia e qui, subentra il tocco del genio, quella telecamera, rapida, entra in soggettiva nei momenti cruciali, nei momenti interiori, quelli che, la Storia, non può raccontarci, ma, l’anima, si.

Ora, vi prendo per mano e vi porto dentro la regia di “Lettere da Berlino”, con qualche esempio.

Spero che, guardando il film, voi ritroviate queste parole e prestiate attenzione alle emozioni interiori e al lavoro della telecamera.

“Lettere da Berlino” si apre con un bosco dalla vegetazione lussureggiante, d’un verde brillante. Una brezza, leggera e calma, accarezza gli arbusti. Quiete e un dolce stormir di fronde.

Un sorriso affiora sulle labbra, perché è una sensazione di pace profonda, quella che il nostro cervello registra.

Ma, i tempi sono ben calibrati: nell’esatto istante in cui, questa emozione viene realizzata, la corsa disperata d’un soldato, giovane e bellissimo, squarcia quel silenzio, devasta quella quiete.

Poi, uno sparo e un altro e quella vita, si spezza.

Cade, rivolto al cielo.

Mentre la battaglia impazza, l’inquadratura “muore” sullo sguardo d’una giovane vita che finisce e che vola fra le cime degli alberi, che non sono più quiete, ma agitate e sbattute da un vento forte. È il vento della guerra, che si combatte ai loro piedi.

Quegli alberi, sono come noi, gli spettatori: testimoni impotenti.

Intanto, a Berlino, gli strilloni gridano alla vittoria. La Francia è stata battuta e il Reich impera. Festa per le strade. Euforia.

Non per tutti.

La postina Kluge sta andando a recapitare una lettera della posta militare, battuta a macchina. È per la famiglia Quangel.

Lo spettatore è sempre lì, a fare da censore muto del dolore, che trascina la postina sulla sua bicicletta, verso la casa dei Quangel, persone che lei conosce e cui deve recapitare la peggiore delle notizie.

Per lo spettatore è chiaro che ha a che fare con quel ragazzo morto. È qui, che si comincia a deglutire a fatica.

Anna Quangel va ad aprire e ritira la lettera. Trema, ha già capito.

Come noi, del resto. Noi, spettatori, che alla morte del figlio abbiamo assistito. Noi, che c’eravamo.

Va in cucina, una stanza illuminata, ma i colori sono freddi. Non il maglione di lei, non il cuore d’una madre.

Dal buio dell’altra stanza, arriva Otto, il marito. Dal buio alla luce. Dal silenzio al grido.

La telecamera entra in soggettiva e diventa gli occhi di Anna, sulle sue mani tremanti di madre, che straccia la busta e legge. Hans, il loro unico figlio, è morto. Da eroe, dice la missiva, per il Führer. Ma questo, non può dare conforto a due genitori.

Anna e Otto, non sono iscritti al partito, ma, come tutti, devono convivere col regime. Otto è capo officina in una fabbrica di bare, dove troneggia il poster propagandistico all’arruolamento. Il primo piano americano ci mostra un Otto, attonito e devastato, di fronte a quella scritta: «Auch du» (anche tu).

Come la Fenice rinasce dalle sue ceneri, così, Otto e Anna, dalla morte interiore, riaffermano il loro diritto alla vita, alla libertà. Per Otto e Anna, è giunto il tempo della verità.

La trasformazione interiore di quest’uomo è scandita magistralmente.

Le soggettive, che v’invito a notare con particolare cura, come, per esempio, quella di Otto sul libro del figlio e sulla cartolina del Führer, che diventa «Der Lügner» (il bugiardo), servono proprio a portarci dentro l’anima dei due protagonisti, ad andare oltre la Storia.

Otto e Anna cominciano la loro rivoluzione silenziosa.

La rivoluzione più temuta da qualsiasi regime: quella delle idee.

In due anni, dal 1940 al 1942, scrivono 285 cartoline, la loro «Freie Presse» (stampa libera), che disseminano per Berlino, dapprima negli uffici e poi, ovunque nella città. Quasi tutte, però, finiscono nelle mani dell’ispettore Escherich.

“Lettere da Berlino” è, decisamente, un capolavoro da avere nella propria videoteca privata.

Il finale simbolico, ci passa un messaggio forte e preciso: le idee non muoiono mai e scavano solchi profondi. Il pensiero è l’unica caratteristica, squisitamente umana, che può volare. Infatti, proprio come gabbiani, le idee turbinano nel loro volo libero.

 

 

 

 

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