EDGE FESTIVAL: intervista a Martina Gerosa

EDGE FESTIVAL

 

 

INTERVISTA A MARTINA GEROSA

“OLTRE I CONFINI” DELLE DISABILITÀ

IL “FESTIVAL DEI CONFINI” PER CONOSCERLI E SUPERARLI

 

 

 

di Elisa Pedini

 

 

Una delle anime pulsanti dell’Edge Festival è, con certezza, una donna, a mio avviso, straordinaria: Martina Gerosa.

Difatti, collabora alla direzione della Fondazione Pio Istituto dei Sordi.

Inoltre, è Urbanista, Disability & Case Manager e team leader di PASSin (www.passin.it).

Quest’ultimo, è un progetto sviluppato in occasione di Expo2015, grazie a un piccolo contributo del Comune di Milano, con la Cooperativa Accaparlante e un gruppo di giovani professionisti appassionati al tema dell’accessibilità culturale.

In più, a prescindere dalla sua indiscussa cultura, Martina Gerosa ha una disabilità uditiva dalla nascita.

Ciò, la rende incredibilmente capace di descrivere, con estreme semplicità e naturalezza, tutta una serie di problematiche, legate alla quotidianità, che sfuggono, di fatto.

Purtroppo, per ragioni di spazio, non posso riportare l’intera chiacchierata con Martina Gerosa; ma debbo limitarmi all’intervista.

Però, posso garantire, che mi ha dato moltissimo, in termini d’umanità e di crescita.

Per tale ragione, ho ritenuto importante darle voce diretta, perché ci spiegasse, in prima persona, il senso più pieno e profondo di “Oltre le barriere”,​ termini con cui si qualifica l’Edge Festival.

Inoltre, in visione dello spettacolo “Le Sedie Accessibili”, in programmazione all’Edge Festival, ​stasera, alle ore 20:45 presso il Centro Asteria, è molto importante ascoltare la voce di Martina, che sarà, tra l’altro, “attrice” sul palco.

Infatti, lo spettacolo, oltre a essere estremamente impattante e toccare il tema della violenza di genere, sarà integralmente sovratitolato e tradotto in lingua LIS, cioè in ​lingua italiana dei segni.

Ora, lascio la parola a Martina.

 

 

D: Martina, quest’anno è la seconda edizione del Festival, ma l’idea di partecipare da cosa è nata?

MG: L’Edge Festival è il “festival dei confini”, nel senso più ampio del suo significato.

Questa manifestazione nasce tanti anni fa in Europa. Mentre, il nostro coinvolgimento in questa iniziativa, invece, risale a due anni fa, appunto.

Quando Genni D’Aquino e io ci incontrammo a ​una serata a sostegno d’una candidata politica. All’interno del convegno, una delle tematiche era proprio l’accessibilità culturale.

Tema su cui lavoro da molti anni. La disabilità d’un particolare senso comporta l’acuirsi di altre capacità e di una sorta di sesto senso.

Ad esempio, la disabilità uditiva, porta allo svilupparsi dei sensi della vista e del tatto.

Al contrario, la disabilità visiva comporta l’elevarsi dei sensi dell’udito e del tatto.

Ne consegue, che il punto d’affinità tra la disabilità uditiva e quella visiva, sia proprio il tatto.

A tal riguardo, ci sono anche studi scientifici di neuropsicologia relativi proprio a questa peculiarità della tattilità, che si sviluppa in presenza di una deprivazione sensoriale visiva o uditiva.

 Poi, fu Genni del Pacta che ci fece incontrare con il CETEC e Donatella Massimilla.

Immediatamente, ci fu un’affinità sulla sensibilità verso i temi dell’accessibilità cullturale e teatrale.

Inoltre, sia con la Cooperativa Accaparlante, che con PASSin, che con la Fondazione Pio Istituto dei Sordi già avevamo sviluppato numerosi eventi accessibili e soprattutto, inclusivi, attraverso la sovratitolazione o l’interpretariato LIS.

D: Immagino sia stato un percorso difficile. Ha richiesto molto tempo di sviluppo?

MG: Un percorso lungo e complesso, sicuramente. Ha richiesto anni di esperienza e sperimentazione.

In più, il desiderio di dare risposte a moltissimi interrogativi che restavano insoluti. L’audiodescrizione è costosa, come un traduttore in lingua dei segni.

​Ad esempio, proprio nell’edizione del Festival dell’anno scorso, proprio la direttrice del Festival, Donatella Massimilla, si offrì per fare un’audiodescrizione in diretta a una spettatrice non vedente.
​Se poi n​on c’è un copione definito, come spesso accade nel teatro sociale, tutto si complica.
Quindi, ​spesso, ​ci ritroviamo ad accogliere risorse che ci arrivano spontaneamente in quel momento.
Tuttavia, è proprio questa caratteristica che porta a una grande apertura, a una grande disponibilità e a grande ascolto delle esigenze e alla ricerca costante di soluzioni semplici e difficili al contempo.

D: Ci sono una tematica e un messaggio comuni ai lavori con i non-udenti e i non-vedenti all’interno di questa manifestazione?

MG: Sicuramente, la tematica dei sensi e del tatto.

Quindi, olfatto e tatto, per quanto riguarda i sensi; ma anche il con-tatto. Ovvero, l’incontro, le relazioni sia tra attori, dentro allo spettacolo, che fuori dal palco tra attori e non -attori. Il teatro consente proprio quest’incontro, quest’interscambio.

Certo, è un impegno profondo e costante. Soprattutto, bisogna conciliare esigenze diverse e tempi diversi.

Mi spiego con un esempio semplice per rendere l’idea: un non-vedente lo puoi chiamare; ma ha bisogno del tatto per essere indirizzato; una persona non-udente devi toccarla per chiamarla e per parlarle ha bisogno di guardarti in faccia. Non puoi fare un’altra cosa mentre parli con una persona sorda.

Tuttavia, la bellezza sta proprio nella possibilità di conoscersi e conoscere altre diversità e nuove realtà.

D: È molto importante e molto bello quello che hai descritto, Martina. Come si svolgerà il lavoro in pratica durante il Festival?

MG: È un lavoro che cerca sinergie, pertanto le umanità devono incontrarsi. Quello che si vuole creare è uno spazio d’accoglienza in cui relazionarsi e riconoscersi.

A tal proposito, abbiamo avuto un laboratorio stamattina con Felice Tagliaferri, insieme con La Grande Fabbrica delle Parole, rivolto ai ragazzi delle medie.

Inoltre, venerdì 25, sempre con Felice, costruiremo una panchina tattile per rendere accessibili al mondo delle persone con disabilità sensoriali, iniziative e messaggi contro la violenza di genere.

In più, l’evento, sarà, naturalmente, accessibile a tutti, grazie all’interpretariato in LIS.​​

 

 

 

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