Lezioni di musica: Ravel e il Bolero

RUBRICA “LEZIONI ALL’ACADEMY”

 

Lezioni a cura di: Prof. Riccardo Scharf

Docente al Dipartimento di Musica e al Dipartimento di studi classici

LEZIONI DI MUSICA:

Ravel e il Bolero

 

 

 

Il 1927 non era stato un buon anno.

Almeno, non per Maurice Ravel, musicista mezzo basco e mezzo francese, spagnolo per adozione, socialista e gran deluso dalla politica mondiale.

Il mondo non andava come lui avrebbe voluto.

Inoltre, la sua salute fisica era improvvisamente peggiorata.

In più, era deluso dai rapporti umani, nonostante la sua fama continuasse a crescere.

Ma, soprattutto, la donna di cui era innamorato, la talentuosa Misia Godebska, si era risposata per la terza volta.

Quella russa gliela aveva presentata Ida, la sua amica ballerina, nota a Parigi per la sua bellezza e la sua sfrontatezza, oltre che per la relazione omosessuale con la Brooks1.

Dunque Misia era incredibile. Non era solo una bravissima pianista. Aveva un talento innato per le relazioni umane. E nel suo salotto artistico Ravel aveva incrociato gente del calibro di Renoir, Mallarmè e Debussy, ma anche quel pittore pazzoide spagnolo, Picasso, il polimorfico Cocteau e Stravinskij, insieme all’affascinante ed estrosa Gabrielle Chanelle.

Quando Misia suonava, ma soprattutto quando parlava, tutti loro erano irretiti dal suo modo di fare.

La calamita”, così la chiamavano lui e l’amico Erik Satie, quando si trovavano insieme a chiacchierare fino a notte fonda, dopo gli spettacoli strampalati di Erik.

E infatti Maurice era innamorato di Misia, esattamente come lo erano tutti gli altri: donne e uomini, in egual modo.

Poiché Misia toccava il cuore di tutti, ma non apparteneva a nessuno.

E così Ravel si era quasi ritirato, sfiduciato e nauseato dal mondo, nel quale corruzione e nepotismo imperavano2, e che non meritava la sua arte.

Quando Ida Rubinstein, l’anno successivo gli chiese la musica per l’ennesimo dei suoi balletti, Ravel non scriveva quasi più.

No – le disse – non voglio più scrivere”. Ida insistette ancora ed ancora, in quel modo che aveva lei e che aveva stregato persino quel nanetto sessuomane di D’annunzio. “Va bene – aveva risposto Ravel poco convinto – farò ciò che mi chiedi”.

E così Ravel scrisse, compose e cancellò. E di nuovo scrisse, arrangiò e cancellò. Non c’era nulla da fare: non gli restava in testa. Non era la melodia che aveva in mente.

Lo avevano definito orologiaio svizzero3 per la precisione che metteva nell’orchestrazione e nella scrittura dei pezzi. Ma stavolta proprio non veniva.

Poi, una notte, una di quelle in cui era insonne, comparve in un angolo remoto della sua mente un motivo ipnotico, cadenzato e ripetitivo.

Non aveva nulla a che vedere col fandango che la Rubinstein voleva.

Ma, in poco meno di 4 ore nacque il Bolero.

Un Ravel, controvoglia, disamorato e nauseato dal mondo aveva creato la sua opera più incredibile e magnifica. Da vero impressionista.

 

 

 

1 La pittrice statunitense Romaine Brooks, di cui Ida Rubinstein era amante e modella.

2 Si fa riferimento al concorso Prix de Rome, cui Ravel aveva partecipato ben cinque volte ed era stato sempre escluso, per poi scoprire che i vincitori erano tutti parenti o amici di un giudice.

3 Definizione datagli da Stravinskij.

 

 

 

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