Lezioni di Letteratura: Gothic Novel

RUBRICA “LEZIONI ALL’ACADEMY”

 

 

Lezioni a cura di: Prof.ssa Elisa Christina Anna Pedini-Pelzer

Docente presso Dipartimento di Lingue e Linguistica e Dipartimento di Business and Management

 

 

 

LEZIONI DI LETTERATURA INGLESE:

GOTHIC NOVEL

 

 

DALL’ELMO DI WALPOLE A FRANKESTEIN:

FRA BUFFE INGENUITÀ E PICCHI DI GENIO,

COME NASCE E SI SVILUPPA UN NUOVO GENERE LETTERARIO

 

 

 

Procedendo con le mie videolezioni di letteratura inglese, ieri sono arrivata a parlare del Gothic1 Novel.

Ovvero, il romanzo gotico, la forma di prosa caratteristica della seconda metà del XXVIII secolo, che in letteratura va sotto il nome di “Early Romanticism”2.

La giovane fanciulla mia allieva è esaltata perché le ho preannunciato tre ore di macabre risate.

Allora, andiamo subito a trovare i “colpevoli” di questo nuovo genere letterario.

Primo, Edmund Burke3 e le sue teorie filosofiche sul Terrificante e sul Sublime.

Secondo, la Storia. Dal 1760 a fine secolo, è un periodo molto complesso, sia politicamente che socialmente ed è caratterizzato da grandi eventi per un verso; ma terrificanti per l’altro.

La I Rivoluzione Industriale4, la Guerra d’Indipendenza Americana5, la colonizzazione dell’India6, la Rivoluzione Francese7.

Dunque, il romanziere, uomo del suo tempo, nonché antenna parabolica dei malanni della società, sente il bisogno d’esorcizzare quanto di più oscuro e malvagio si celi nell’animo umano.

Infatti, l’ingiustizia e lo squilibrio sociali, le condizioni disumane degli operai, la crudeltà del colonialismo, la tratta degli schiavi, le guerre, sono solo alcuni dei gravi problemi di questo periodo.

Dunque, intorno all’intellettuale, ci sono solo dolore, malattia e morte, ovvero: ciò che più terrorizza l’uomo in assoluto.

È il tempo che il Terrore produca il Sublime ed esso faccia sorgere la Meraviglia.

Così, nasce il Gothic Novel.

Infatti, esso si configura come una letteratura che mira a far rabbrividire il lettore piuttosto che divertirlo. Punta all’evasione in un passato immaginario, di solito il Medioevo e in terre straniere, lontane, ignote.

In verità, per lo più, l’Italia.

Infatti, in questo periodo, se per un verso l’Italia è considerata sublime terra di cultura, arte e musica cui ispirarsi con rispetto e ammirazione; dall’altro è considerata luogo di malfattori, spregiudicatezza e perdizione totale.

Tutto ciò, è stata diretta conseguenza d’un’erronea traduzione e per conseguenza, interpretazione, de’ Il Principe di Machiavelli.

Purtroppo, errore a tal punto radicato da comportare la creazione e quindi, l’uso, di termini con accezione negativa come: machiavellico, machiavellicamente, machiavellismo, ecc.

Inoltre, nel Gothic Novel, l’anima nera umana viene messa in evidenza e portata al massimo climax attraverso orribili omicidi, tradimenti, intrighi e sotterfugi.

In più, eventi straordinari e spesso soprannaturali si svolgono in ambientazioni, più o meno ricorrenti: castelli infestati, conventi, chiese, prigioni, luoghi comunque sempre oscuri e tenebrosi.

Il primo cui va l’onore d’essersi cimentato nel Gothic Novel, è Horace Walpole8, che appassionato del Medioevo e del mondo della Cavalleria, lo fa rivivere, o almeno ci prova, nel suo The Castle of Otranto, nel 1765.

In quest’opera, ispirata da un’incisione del Piranesi9, Walpole usa per la prima volta il termine “Gothic” nell’accezione di “medievale”.

Dando, così, di fatto, il nome al genere, seppur non ancora.

Nonostante non si possa certo definire un capolavoro, né dal punto di vista della scrittura, che risulta piuttosto artificiosa, né della trama, che è assolutamente senza senso, oltre a presentarsi come un’accozzaglia di materiale eterogeneo che sfugge, di fatto, di mano all’autore, il romanzo viene decisamente sopravvalutato dai coevi, che ne tessono le lodi.

Infatti, Walpole, inizialmente, finge d’essere un mero traduttore d’una storia italiana.

Per l’esattezza, d’un libro nero stampato a Napoli nel 1529 e riportante vicende del XII o XIII secolo.

Successivamente, dato l’inaspettato e travolgente successo dell’opera, si trova costretto ad ammetterne la paternità.

Infine, vediamola, questa trama.

Il giorno delle nozze tra il giovane principe Conrad e Isabella, un misterioso, gigantesco, elmo piumato, apparso nel cielo dal nulla, frittella al suolo il giovane sposo.

Così, il padre, Manfred, usurpa il trono, tentando, invano, di sposare, lui, Isabella.

Tuttavia, il tiranno, dopo aver fatto fuori la figlia scambiandola per un’altra, colto da straziante pentimento, confessa l’usurpazione e si rinchiude in monastero, lasciando il trono all’erede legittimo.

Se l’opera lascia, decisamente, a desiderare, a Walpole vanno dei grandissimi meriti, che sono le radici fondamentali del Gothic Novel.

Primo, la fusione dell’elemento classico della melodrammatica storia d’amore con incantesimi, fantasmi ed eventi soprannaturali.

Esattamente come lo stesso Walpole sottolinea nell’introduzione alla II edizione del romanzo: «(…) tentare di fondere i due tipi di romanzo, l’antico e il moderno: il primo è tutto fantasia e inverosimiglianza, il secondo si propone, e spesso ottiene, di rappresentare la natura (…)».

Inoltre, l’uso delle forze della natura per creare le atmosfere.

In più, all’autore va riconosciuta l’ingegnosità nell’usare il materiale soprannaturale, che mostra delle idee comunque di pregio.

Soprattutto, se consideriamo che sono tutte farina del suo sacco, come si suol dire.

Per esempio: tanto l’immenso elmo che si materializza dal nulla, quanto il ritratto che esce dal quadro, quanto la potenza della “storia d’amore” Manfred/Isabella che sta tra il melodramma e il diabolico, ecc.

Infine, l’introduzione d’un nuovo tipo di eroe: bello, misterioso e malinconico.

Nel 1778, Clara Reeve scrive The Old English Baron, che, seppur un’altra ciofeca, è un’opera che mostra un’importante novità che entra nel Gothic Novel: l’elemento del meraviglioso si mescola alla vita di tutti i giorni.

Tuttavia, nel 1794, la vera pioniera e madre del Gothic Novel, o meglio del “Romanzo di suspense” è Ann Radcliffe, con The Mysteries of Udolpho, prima e The Italian, l’anno successivo.

Il secondo è senza dubbio il suo masterpiece.

Infatti, il primo è un grande poema, in parte in prosa e in parte in versi, che mette insieme un po’ tutte le tematiche del tempo.

Ora, Ann Radcliffe, nasce Ann Ward, figlia d’un merciaio di Holborn, asmatica, malatuccia, riservata, sfigata.

Ne consegue che della sua vita non si sappia assolutamente niente.

A ventitre anni si sposa William Radcliffe, giornalista dell’English Chronicle.

Tuttavia, Anne, scrive in modo sublime e il suo grande, immediato, successo, tanto di pubblico, quanto di critica, se lo merita tutto.

Come sottolinea J.M.S. Tompkins: «(…) la sua grande innovazione consiste nel fatto che il paesaggio acquista una personalità e suggerisce l’intreccio».

Esattamente, la straordinaria capacità descrittiva ed evocativa della Radcliffe, dovuta a una maestria incredibile nell’uso del linguaggio, a un ritmo narrativo serrato, a un sapiente dosare tensione-calma, la rende una pietra miliare nella storia, non solo del Gothic Novel, ma anche del romanzo inglese.

Il suo modo di scrivere viene denominato “word-painting style”, cioè: pittura con le parole e la folta schiera di proseliti che ne derivano, prende successivamente il nome di “Radcliffe school”.

Proprio questa sua scrittura d’altissimo pregio, le fa perdonare alcune ingenuità nell’intreccio, come anche il fatto che, Elena, la protagonista di The Italian, sia, di fatto, ammettiamolo, una gallina.

La trama è semplice: ambientata a Napoli nel 1758. Vincenzo di Vivaldi vede Elena di Rosalba in chiesa e se ne innamora perdutamente. Una storia impossibile che la madre di lui contrasta ferocemente, chiedendo aiuto al sinistro cappellano di famiglia, il monaco Schedoni. Fra rapimenti, fughe e colpi di scena, si scopre che Elena è di nobile famiglia e tutto finisce in gloria.

Invece, l’intreccio è avvincente e complicatissimo, con pagine di vibrante poesia, come la serenata di Vincenzo a Elena, dove la quiete d’un paesaggio sereno è sinistramente turbata dal borbottio del Vesuvio, funesto presago di quanto accadrà, come il giocare tra evocazione soprannaturale e realtà fino all’ultimo spasmodico istante.

Infatti, caratteristica straordinaria della Radcliffe, nonché fonte delle più accese critiche coeve nei suoi confronti, è quella di dare, alla fine, una spiegazione assolutamente razionale e coerente ai fatti di ciascun evento, tenendo però sulla corda il lettore con sapiente suspense.

In tutto questo, ci sono dei passaggi, che fanno morire dal ridere, come, ad esempio, certi comportamenti da gallina della protagonista. Tipo: sei in fuga, braccata da sgherri, sei in pericolo di vita tu e pure quei due poveri disgraziati che sono venuti a salvarti le penne.

Ora, cosa farebbe una persona con un briciolo di cervello? Uno, si cambia d’abito; due: si mette in condizione di rapida fuga. Lei, no. Non solo resta vestita da monaca; ma tra la locanda e il convento, preferisce essere santa-morta, piuttosto che scostumata-viva.

Inoltre, non paga di mettere a rischio la vita di tutti, finisce a letto prostrata dagli eventi. Va bene, penserete voi, un paio di giorni da gallina sfigata giusto per alzare un po’ la suspense e poi, via, di corsa. No, lei, no. Lei, sta deboluccia per due settimane, manco avesse scalato l’Everest.

A quel punto, Vincenzo (sant’uomo!!!), decide di sposarla. E lei? Va in chiesa vestita da monaca.

Ovviamente, gli sgherri, li scovano e li acciuffano. Ma va???!!!

Quando ho letto il romanzo, ho riso fino alle lacrime e pure la mia allieva non si tiene più. Eh, ovvio!

Tuttavia, il vero colosso del Gothic Novel maschile, è lui, Matthew Gregory Lewis, capostipite del filone dell’orrore, o roman noir. È il 1796 e Matthew ha appena vent’anni quando pubblica il suo capolavoro The Monk.

Semplicemente, geniale.

Anche qui, la trama è piuttosto immediata: la storia è ambientata nella Spagna dell’Inquisizione e Ambrosio, per salvarsi dalla punizione per i suoi delitti, fa un patto col diavolo, finendo dannato.

Tuttavia, l’intreccio, gestito con sublime maestria tanto registica, quanto di linguaggio, è da brivido e qua non si ride affatto: sesso, perversione, violenza, sangue, omicidi efferati, sadismo, stregoneria e una vena fortemente anti-cattolica, sono tutti tenebrosi aspetti che animano ogni singola riga del romanzo.

Inoltre, la tecnica utilizzata da Lewis è proprio quella della regia teatrale: la sua tecnica pittoresca accosta con arguzia e consapevolezza maestose scene drammaticamente costruite.

Per l’autore, traduttore di drammi e romanzi tedeschi, nonché autore di tragedie gotiche, tutto è teatro, anche l’arte.

Con Lewis il Gothic Novel raggiunge il suo apice massimo e con lui, sembra, di fatto, non aver altro da dire.

Per vent’anni nessuno più scrive nulla.

Nel 1820, è Charles Robert Maturin a tornare a pubblicare col suo Melmoth, the Wonderer. Solenne, vertiginoso, profondamente anticlericale, aggiunge l’aspetto psicologico al suo malefico protagonista, dando al Gothic Novel un’impronta psichica del male.

Infatti, la sua visione del male è chiara, nitida, organica, organizzata.

Ne consegue che Melmoth sia un personaggio complesso, come complesso è il romanzo.

Un testo paranoico e paranoide in cui la malvagità è giustificazione a se stessa. Maturin plasma il sentimento della paura, rendendolo materico, profondo e lavorando così sulla suggestione che imprime nel lettore.

Pertanto, la trama è solo in apparenza semplice: John è uno studente; che va a trovare il vecchio zio moribondo di cui è unico erede. Nel testamento c’è una e una sola clausola: che un certo quadro e la pergamena ad esso allegata vengano completamente distrutti. Prima di distruggerla, John la legge.

Narra la storia di Melmoth, che stringe un patto col diavolo per vivere cento anni in più. Quindi, egli passa il successivo secolo a errare alla ricerca di qualcuno che prenda il. suo posto.

Da qui, s’intrecciano e si dipanano molte altre storie, in una spirale di personaggi ed eventi, che Maturin magistralmente distorce sotto la lente del terrore.

Nel 1824, s’allinea sulla via del disagio psicologico anche James Hogg, con il suo capolavoro The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner, che fu pubblicato anonimo come se si trattasse veramente d’una confessione d’un peccatore pentito e in modo del tutto anonimo fu accolto dai coevi.

Ora, povero James, ebbe vita sfigata e gli psicofarmaci non c’erano ancora.

Proprio, dall’isolamento, dalla frustrazione e dal dolore nasce quest’opera, brevissima, ma un gioiello del Gothic Novel.

Il romanzo parte dalla sovversione del principio calvinista della predestinazione, secondo cui, l’eletto, avendo ricevuto la grazia divina, è libero dal vincolo della legge morale.

Anche qui, la trama è semplice: il protagonista, Wringhin, il “justified sinner”, commette tutta una serie di delitti su istigazione di Gil-Martin, che egli crede il suo alter ego, ma che è il demonio in persona.

Ciò che rende quest’opera un capolavoro è la narrazione, serrata, che, alternando la III persona d’un editor, alla I persona di Wringhin, delinea un caso di morbosa e psicopatica scissione dell’io. La frattura psichica che determina la scissione della personalità e quindi, la crescente dissociazione tra pubblico e privato, tra reale e allucinato, tra morale professata e morale praticata, tra ragione e istinto.

Senza averne coscienza e nell’indifferenza totale dei coevi, Hogg aveva messo su carta il dramma dell’Homo Duplex, che troverà la sua emblematica rappresentazione nei personaggi di Stevenson.

Tuttavia, il più popolare Gothic Novel rimane il racconto, nato per gioco, d’una ragazzina manco ventenne.

Siamo nel 1816, sul lago di Ginevra. Lord Byron è lì in vacanza con i suoi amici: Percy Bisshe Shelley e la sua seconda moglie e il dottor Polidori.

Quella, è ricordata come l’estate svizzera più piovosa in assoluto.

In tali circostanze, la comitiva di giovani si annoia a morte.

Dopo giorni passati in casa, decidono di fare un gioco e s’inventano una gara di racconti dell’orrore. La moglie di Shelley, Mary10, scrive un racconto, che, su spinta del marito rivedrà e poi pubblicherà nel 1818. Nasceva così Frankestein.

In realtà, più che un romanzo gotico, lo si può considerare il capostipite della letteratura fantascientifica, mostrandosi come fusione perfetta tra lo stile gotico e le istanze giacobine.

Mary si lascia ispirare dalle recenti ricerche scientifiche, come il galvanismo e dallo sviluppo tecnologico, trasponendo nel suo romanzo quello che è il potente incubo che perseguita la società borghese del tempo, dominata dal desiderio del progresso scientifico e dal mito della conoscenza.

Così, il suo Dottor Frankestein diventa l’emblema di quell’incubo.

Infatti, ai tempi, la scienza è vista come un dono terribile, nel senso burkiano del termine.

Pertanto, l’umanità vive nel terrore di essere «strangolata nei panni che essa stessa ha tessuto»11. L’uomo, attraverso la scienza, vuole mettersi al posto di Dio.

Pertanto, terrore che serpeggia nell’uomo di quei tempi è che la Natura, intesa come istinto, si ribelli a lui, sopraffacendolo.

Frankestein incarna proprio questo. Il dottore, novello Prometeo, ruba agli dei il potere di dare la vita, il fuoco della vita.

Inoltre, Frankestein sconfessa il presupposto dell’uomo borghese, mostrando che la violenza e il sadismo sono una conseguenza inevitabile della società e non per istinto di sopravvivenza; ma per il suo opposto: la negazione dell’istinto primario, l’amore.

Infatti, la creatura di Frankestein “nasce” rousseaunianamente buona, ingenua, generosa. È il rifiuto della società a scatenarne l’ira; è l’amore negato a fare di lui un mostro. E tutto perché, è “diverso”.

Eppure, non ha chiesto lui d’avere vita.

Appena nato e già colpevole d’una vita non chiesta, d’una diversità solo apparente.

Il romanzo della Shelley anticipa quella letteratura scomoda, sovversiva, anticanonica che è la “distopìa”12 e riscuote un successo clamoroso.

Di fatto, l’opera non vale così tanto, anzi. Scritta in forma epistolare, con un linguaggio semplice, talvolta sciatto. La struttura non è compatta e alle volte incoerente.

Tuttavia, gode di pagine di alta commozione, che impattano sul lettore, come, ad esempio, il momento in cui, la creatura, cui il “padre” manco si degna di dare un nome, prende vita.

Un climax crescente di pathos, che si sbriciola, come sarà per la psiche della povera creatura, in sole quattro righe: «(…) I had desired it with ardour that far exceeded moderation; but now I had finished, the beauty of the dream vanished, and breathless horror and disgust filled my heart (…)».

E alla faccia dell’amorevole padre, il figlio è ripudiato alla nascita.

 

 

 

1 Gothic ha proprio il doppio significato di “medievale”, con tutto il suo carico di castelli e cavalieri oscuri, abbazie e monaci diabolici e di “soprannaturale”, ovvero spaventoso, incontrollabile, misterioso.

2 Preromanticismo

3 Edmund Burke nasce a Dublino nel 1729. Prima d’intraprendere la sua carriera politica come Whig, raggiunge una notevole fama come intellettuaale e letterato grazie ai suoi numerosi libri storici, alle sue conferenze, ai suoi saggi e alle sue lettere. In particolare, nel 1756, poco prima d’entrare in politica, egli scrive un interessante saggio sull’estetica intitolato A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, dove egli teorizza sulla Meraviglia quale stato sospensivo dell’anima, immota ed estatica, espressione massima del Sublime. Altresì, insiste su come il Terrificante faccia sorgere l’idea del Sublime, apportando plurimi esempi su quanto produca terrore all’uomo, ma contemporaneamente lo affascini, fino a rapirlo, meravigliarlo, appunto. Proprio questo saggio sarà di fondamentale importanza per lo sviluppo della letteratura gotica.

4 La Rivoluzione Industriale è un lungo processo che principia nella seconda metà del XVIII secolo e procede all’incirca fino alla fine del XIX. Per comodità storica la si divide in due parti: la I e la II Rivoluzione Industriale.

La I Rivoluzione Industriale, o Rivoluzione Agricola e Industriale, perché impattò i settori agricolo e tessile in prima istanza, principia nel 1769 con il brevetto del telaio ad acqua di Arkwright, cui fa immediato seguito James Watt, brevettando il suo motore a vapore. Molto rapidamente s’assiste a un cambio radicale nelle campagne: nuovi metodi di drenaggio, di semina, di fertilizzazione. Tull inventa la prima seminatrice, seppur ancora trainata da un cavallo.

Nel 1784 Crompton progetta il telaio meccanico. Contestualmente, vengono introdotti la trebbiatrice e l’aratro su ruote. Le conseguenze economiche sono piuttosto evidenti: l’Inghilterra si trasforma in un paese industrializzato; serve il carbone per mandare avanti le macchine a vapore e dunque l’industria estrattiva fiorisce e con essa le miniere; s’implementano le ferrovie, i canali, le strade e naturalmente, gli scambi commerciali.

Per un verso, per sostenere questo processo d’industrializzazione servono capitali, ovvero: investitori.

Per l’altro, la gente spopola la campagna e migra verso le città industrializzate, che, però, non si adeguano con la stessa rapidità.

Le conseguenze sono a dir poco catastrofiche: sovrappopolazione, mancanza di alloggi adeguati, mancanza di servizi, condizioni igienico-sanitarie inesistenti. Conseguenza ulteriore: la società si spacca in due: da un lato i Capitalists, composti dalla nascente classe industriale finanziata dalle banche, media e alta borghesia che ha soldi da investire e banchieri; dall’altro i Labours, gli operai, sottopagati, sfruttati e versanti in condizioni disumane.

5 La Corona è sentita come un’istituzione lontana dagli usi e costumi degli americani.

Ormai, gli abitanti delle colonie sono più di due milioni e molti di loro sono nativi americani. Sono giunti nel Nuovo Mondo da tutte le parti d’Europa e la lealtà all’Inghilterra non è che un fantasma.

Inoltre, nel 1763 col Trattato di Parigi la presenza dei francesi sparisce dal Nord America e per conseguenza, l’aiuto militare inglese non ha più senso. In più, gli americani non sono rappresentati nel Parlamento inglese e non accettano più che esso imponga loro tasse, senza la minima possibilità d’espressione.

Ovviamente, il malcontento cresce. L’Inghilterra cerca di sedare gli animi abolendo molte delle tasse, fatta eccezione per una: quella sul tè.

Per gli americani, è troppo.

Nel 1773, a Boston, in Massachusetts, i ribelli rovesciano un carico di tè nel porto. Questo evento è passato alla storia come The Boston Tea Party.

L’Inghilterra reagisce mettendo Boston sotto embargo; ma è l’errore definitivo. Tutte e 13 le colonie si stringono attorno a Boston e intimano agli inglesi d’andarsene. Di fronte al rifiuto della Corona gli americani dichiarano guerra sotto il comando di George Washington. È il 1775.

Il 4 luglio del 1776 i rappresentanti delle 13 colonie s’incontrano a Philadelphia e dichiarano la loro indipendenza. Un Comitato, capitanato da Thomas Jefferson stila la Dichiarazione d?indipendenza, che afferma il diritto del popolo a scegliere il suo sistema di governo. Nei due anni successivi gli inglesi vengono sconfitti a Saratoga prima e a Yorktown, poi. Nel 1783, con il Trattato di Versailles viene ufficialmente dichiarata l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

6 La perdita delle colonie americane è compensata dall’estensione del dominio britannico all’intera India.

7 1789 – all’inizio l’Inghilterra è neutrale. Tuttavia, dopo l’esecuzione del re e l’espansione della Francia sull’Olanda, l’Inghilterra si schiera, temendo l’egemonia francese nel continente. Di fatto, azione inutile, perché è esattamente quanto avverrà di lì a poco, con Napoleone.

8 Figlio minore di Sir Robert Walpole, il famoso Ministro Whig.

9 Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), incisore, architetto e teorico dell’architettura, completa nel 1761 la sua incisione “Carceri d’invenzione”, un’opera immensa composta da numerose tavole che rappresentano delle prigioni cupe e immaginarie. L’architettura con grandi archi oscuri, ponti e scale che portano nel nulla e strumenti di morte, è a dir poco agghiacciante. Walpole resta profondamente colpito da quest’opera che considera l’esatta trasposizione artistica della teoria estetica di Burke.

10 Al secolo Mary Godwin, figlia di William Godwin e Mary Wollstonecraft, nonché seconda moglie del già famosissimo Pierce Shelley, intimo amico di Lord Byron.

11 Ctz. di E.M.Forster

12 Utopìa negativa, che indicaun’immaginaria società negativa e altamente indesiderabile. Il termine fu coniato dal filosofo John Stuart Mill nel 1868, basandolo sul termine “utopìa”, di cui, naturalmente, è radicale antonimo.

 

 

 

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